
John Davison Rockefeller e’ considerato l’uomo piu’ ricco mai esistito sulla Terra e Andrew Carnegie il secondo. Queste due antiche figure del capitalismo americano, due ‘capitani d’industria’ a cavallo tra 800 e 900, non potrebbero essere piu’ distanti e allo stesso tempo piu’ simili.
John D. Rockefeller e’ conosciuto per essere lo spietato predatore che, anno dopo anno, meticolosamente e senza nessuna pieta’, assorbi’ tutti gli avversari, fondando la mastodontica ‘Standard Oil’, la piu’ grande compagnia petrolifera di tutti i tempi. Come ci riusci’ e’ ormai leggenda, ma tutti concordano nel definire ‘predatoria’ la sua tattica. Abbassare i prezzi contro ogni logica di mercato, indebolire sino a comprare gli avversari piu’ pericolosi ed infine assumere, tra le proprie fila, i piu’ validi tra gli ex nemici. Si potrebbe dire, strategie non troppo dissimili da quelle dei batteri o virus piu’ letali. Una cavalcata inarrestabile che si scontro’, ai primi del secolo scorso, contro il muro delle leggi antitrust dei singoli stati americani, leggi che pretesero, ottenendolo, lo smembramento della Standard Oil per violazione dei principi primi di concorrenza. Pensando ai monopoli televisivi italiani di oggi, viene da ridere, o da piangere, sopratutto perche’ nessuno, nel 1911 negli Stati Uniti, si lascio’ minimamente intimorire dall’enorme potere della Standard Oil, cosa impensabile oggi visto il misero scenario pecoreccio e servile dinnanzi al sultanato berlusconiano. Fatto sta che la Standard Oil, detentrice del 64% del mercato petrolifero americano, fu smembrata in 34 ‘new company’ tra le quali qelle oggi note come Conoco, Amoco, Chevron, Esso e Mobil. E John D. Rockefeller? Fini’ sul lastrico? Macche’. Si tenne strette strette le sue quote in ogni new company, preservando, intatta, la piu’ grande e duratura fortuna che il libero mercato abbia mai visto, campando novantasette anni e lasciando agli eredi, ad oggi piu’ di 150 e longevi quanto lui, un’eredita’ sufficiente per il prossimo milione di anni. Un tempo, comunque, infinitamente piu’ lungo della vita media di stati, repubbliche o concordati.
Andrew Carnegie ha una storia diversa. Nasce poverissimo in Scozia. Tanto povero che il padre decise di rilocare la famiglia oltreoceano nel 1848, in Pennsylvania, dove Andrew divenne telegrafista. Appassionato di letteratura, fece la sua fortuna partendo dal basso, passo passo, reinvestendo ogni guadagno, passando attraverso la guerra civile ed infine creando la U.S. Steel, che diventera’ presto un gigante mondiale dell’acciaio. “Riservero’ per me stesso uno stipendio non superiore ai $50.000 dollari l’anno, oltre questo non ho bisogno”. Il suo detto piu’ celebre rimane “passa il primo terzo della tua vita ad erudirti, il secondo a far quanti piu’ soldi puoi ed il terzo impiegalo a spendere tutti i soldi che hai per una giusta causa”. E cosi’ Andrew Carnegie fece. Nel 1901 vendette tutto a J.P. Morgan intascando in un solo giorno 230 milioni di dollari in azioni e titoli (cosi’ tanti da dover costruire un caveau speciale) e lasciando un impero di un valore pari al 4% del pil statunitense dell’epoca. Carnegie spese quasi tutto, costruendo biblioteche ed universita’, cercando di abbattere la monarchia inglese e di comprare la liberta’ alle Filippine durante la guerra ispano-americana.
Ne’ John D. Rockefeller, con la sua inesauribile ambizione, ne’Andrew Carnegie, il filantropo eccentrico, vollero mai, ne’ mai poterono, diventare presidenti degli Stati Uniti, ne’ membri del parlamento, ne’ vollero mai accentrare intorno a se’ un potere politico superiore al loro smisurato potere economico. I loro imperi smembrati per legge , nel nome del libero mercato, o alienati per volonta’, non furono mai, nel bene o nel male, un pericolo per la democrazia.
Di certo una lezione da ricordare.